Prossime tappe, a partire dall’8 febbraio, della Visita pastorale sono nelle comunità di Riola Sardo e Nurachi. Abbiamo rivolto qualche domanda al parroco don Enrico Perlato.
Come vi siete preparati a quest’evento, per molti versi, straordinario?
Mi piace pensare il tempo della preparazione come tempo dell’attesa. Un’attesa rivolta più a una dimensione interiore ma anche un tempo per una preparazione materiale dell’evento. Da subito abbiamo percepito, sia a Riola Sardo che a Nurachi, la gioia per l’incontro col nostro Arcivescovo Roberto, che si è tramutata nel desiderio di muoversi per organizzare i vari momenti favorevoli all’ascolto e alla conoscenza delle comunità. Da subito è stata sottolineata l’importanza di vedere la visita come un dono di Grazia che il Signore ci sta facendo. Il Pastore che viene a incontrare il suo gregge, per guidarlo e consolarlo. Un padre che viene ad ascoltare, sostenere e incoraggiare, nel desiderio di poter intraprendere vie nuove per una evangelizzazione che segua i segni dei tempi. In particolare, abbiamo vissuto momenti di catechesi per approfondire il tema biblico della Visita durante la quale, sia a Riola che a Nurachi, vivremo anche momenti di adorazione e di preghiera, riconoscendo che al di là di ciò che di concreto verrà organizzato, il cuore di tutto sta nella preparazione interiore, per favorire un’accoglienza semplice e sincera.
L’Arcivescovo ha affermato di voler incontrare tutti, nessuno escluso. Può illustrarci i punti principali del programma della Visita?
Alla luce del desiderio del nostro vescovo, ci siamo mossi per favorire questo tipo di incontro dal sapore inclusivo. In entrambe le comunità, fondate da un profondo senso di appartenenza, verranno valorizzati spazi di ascolto e conoscenza sia in ambito civile che ecclesiale. Mi piace sottolineare l’incontro con la Scuola per la quale, in accordo, con i dirigenti scolastici, già in una fase di preparazione si è riflettuto sull’importanza di far sì che possa essere una vera occasione per far emergere punti di forza e fragilità, per ciascuna delle realtà che operano all’interno del mondo scolastico. Ci sarà un tempo per incontrare le famiglie, i bambini e ragazzi che si stanno preparando ai sacramenti e anche la possibilità di conoscere nuove forme di evangelizzazione, cercando di rispondere alla secolarizzazione che non risparmia le nostre comunità. Ci sarà l’occasione per incontrare le Amministrazioni comunali e le Associazioni culturali.
Lei guida due parrocchie possiamo dire simili. Quali sono i lati positivi: si vive bene? Ci sono criticità?
Pur essendo due comunità confinanti, ci sono similitudini ma anche differenze. In entrambe si respira un forte valore identitario, che si manifesta in diverse forme di partecipazione attiva alla vita delle comunità stesse. Prevale il desiderio di fare per un fine più alto, e di valorizzare momenti in cui anche la parrocchia si riconosce parte di un insieme più ampio. Nurachi e Riola Sardo sono due comunità inserite principalmente dentro il tessuto agricolo della Sardegna, vicine rispettivamente a Cabras e San Vero Milis e di conseguenza alle spiagge comprese in quei territori. Inoltre entrambe le comunità si trovano sulla via che collega Oristano a Bosa. Tutto questo comporta la presenza di molti turisti durante l’anno, in particolare durante il periodo estivo, con la possibilità per i paesi di una valorizzazione sia dal punto di vista economico e culturale, che dell’accoglienza, che è spiccata in entrambe le comunità. A Riola Sardo inoltre sono presenti il circuito di motocross, nel quale si svolgono competizioni di livello mondiale, e il Parco dei suoni, che vede la realizzazione di concerti di grosso spessore. Molti turisti cercano di acquistare case nei paesi, non solo perché vicini alle spiagge, ma perché riconoscono in essi luoghi in cui la vita è più a misura di relazione e di un conseguente benessere psico-fisico.
Che rapporti ha con le due Amministrazioni comunali?
Mi piace evidenziare come ci sia una buona e proficua relazione con entrambe, ma mi piace mettere in evidenza come anche le Amministrazioni comunali tra loro, abbiano trovato, nelle differenze, una felice capacità di collaborazione e di sostegno nel reciproco desiderio di cercare unità di intenti.
Lei proviene da una ricca realtà ecclesiale come quella ambrosiana un po’ diversa dal nostro contesto sardo: cosa si è portato dietro da quella esperienza e cosa invece ha imparato nella nostra terra?
Si è vero, provengo da una diversa esperienza ecclesiale, nella quale sono cresciuto e ho maturato la mia vocazione sacerdotale, che poi ha preso forma nella Diocesi di Oristano che oggi riconosco come la mia famiglia. Dalla Diocesi Ambrosiana ho imparato lo slancio missionario e il desiderio di evangelizzazione che, nella semplicità, senza rinnegare gli sbagli, ma anche con tante gioie, sto cercando di portare nella mia vita quotidiana di sacerdote. Il modello ecclesiale milanese si avvicina di più alla mistica urbana, a differenza delle nostre realtà legata di più a una spiritualità che si rifà alla pietà popolare. Ammetto che inizialmente non è stato facile, ma, con il tempo, riconoscendo il forte senso di appartenenza e i valori culturali e religiosi che sono insiti in queste prassi, ora ne apprezzo tutta la portata e cerco di valorizzarli al meglio. Mi piace anche attingere dai Gosos dei Santi per le omelie in alcune festività principali e a volte mi cimento anche nel canto.
Luci e ombre, potenzialità e povertà delle comunità che guida.
In una prospettiva futura penso che le nostre comunità, e non mi riferisco solo a quelle a me affidate, debbano uscire piano piano da una visione ecclesiale parrococentrica dove tutto è riferito al parroco, ma ci si introduca in forme di co-partecipazione che coinvolgano i laici, nel sentirsi co-responsabili della vita delle parrocchie. Non più qualcuno che fa per ma il fare con, che ha tutto un altro valore. L’attenzione va rivolta maggiormente alla cura delle famiglie, prime responsabili dell’educazione cristiana dei propri figli, perché alla delega, facciano prevalere il desiderio di riconoscersi dentro un cammino che diventa educativo. Oggi il tema della secolarizzazione è molto attuale anche nei nostri paesi, dove prevale la tendenza a mettere Dio al secondo posto nelle scelte della vita. In questi paesi ho imparato dai più anziani il desiderio di un affidamento totale nelle mani di Dio. Forse bisogna tornare a questo senso religioso, cercando spazi comuni dove si possono avviare processi di pensiero e di realizzazione che abbiano maggiormente il respiro della comunità e non coinvolgano solo alcuni della comunità.
Oltre a essere parroco e Vicario Foraneo, lei ha animato e ancora guida delicati settori come lo scoutismo, la pastorale giovanile e, ultimamente anche la pastorale delle famiglie. Come riesce a coordinare tutte queste attività?
Le realtà che ho avuto il dono di coordinare, e che ora coordino, mi hanno dato tanto e mi stanno dando tanto, dal punto di vista di una crescita personale, ma anche la possibilità dell’acquisizione di competenze e sguardi diverse sul mio approccio quotidiano alle comunità. Vorrei citare anche il mio impegno di cappellano volontario del carcere e di aiuto al lavoro prezioso svolto da don Maurizio Spanu, che è il cappellano istituito, e il mio impegno nella promozione della giustizia riparativa con la Caritas diocesana. Tutte queste realtà mi hanno portato ad acquisire uno sguardo nuovo sulle comunità: ne riconosco tutta la potenza generativa.
Anche le comunità che Lei guida hanno accolto i Convisitatori per la visita ad res (alle cose e alle strutture): quale è stato l’impatto ecclesiale di questo momento?
Ho cercato, per quello che mi è stato possibile, di condividere questo momento con alcuni collaboratori nella logica di una co-responsabilità. È stato per me importante introdurre un nuovo modo di pensare a certi adempimenti, non esclusivamente di competenza del parroco, ma nel desiderio di una responsabilità che nasce a partire da alcuni della comunità.
Le comunità cosa si aspettano dalla Visita Pastorale?
Il desiderio più vero che si respira è quello di accogliere il proprio Vescovo in un clima di semplicità e che sia per tutti un’esperienza di famiglia e condivisione. In questo clima la fase dell’ascolto e della conoscenza possono essere vissute come momento importante di dialogo dentro il quale possa prevalere una narrazione reale, nella quale le luce e le ombre possano essere espresse nel desiderio di poter trovare insieme nuove vie per una evangelizzazione che veda tutti coinvolti.
Grazie: le auguriamo buona esperienza ecclesiale!
Territorio: terreni fertili e lavoro agricolo
Anche a Riola Sardo e a Nurachi ci sono territori fertilissimi in quello che è noto essere il Campidano di Oristano: un tempo questi territori facevano parte del granaio dell’impero romano, sono terre da sempre conosciute e coltivate per la loro fertilità e produttività. Dall’epoca dei Fenici a oggi i seminativi prediletti sono stati quelli di cereali, legumi e ortaggi, oltre che le colture specializzate della vite, con una produzione di vini bianchi (come Vernaccia e Nuragus) e rossi (come Monica e Cannonau). Ottimo è anche l’olio d’oliva. L’agricoltura e il pascolo hanno, con il tempo, inciso profonde trasformazioni sul paesaggio naturale, relegando la vegetazione spontanea in superfici di limitata estensione o lungo i confini delle proprietà. Il comune di Riola Sardo ha una popolazione di poco oltre i duemila abitanti, mentre Nurachi si attesta intorno ai 1700: posti a un’altitudine di soli 9 metri s.l.m., i paesi vantano una produzione enogastronomica molto apprezzata anche dai turisti che, specie d’estate, frequentano le bellissime spiagge del Sinis. I produttori locali hanno cercato per i loro vigneti le posizioni migliori per ottenere uve idonee alla produzione di vini in linea con gli elevati standard presenti nella provincia di Oristano. Essendo paesi collocati a pochi chilometri dal litorale, godono di una brezza salina che contribuisce a dare ai vini la caratteristica mineralità che li contraddistingue. Alcune importanti aziende conserviere, nate per lo più come società giovanili agricole, garantiscono un movimento economico molto importante. L’amore per i prodotti del Sinis è l’ingrediente fondamentale delle coltivazioni che permettono alle aziende, anche familiari, di diffondere un certo benessere economico e di diventare oggi importanti produttori di meloni, angurie, pomodori e altre prelibatezze tra cui spicca, il Carciofo Spinoso di Sardegna D.O.P.
Riola e le sue antiche chiese
Anzitutto entriamo nella bella e antica chiesa parrocchiale: posta al culmine di una pregevole scalinata che le conferisce una prospettiva scenografica, l’edificio risale ai primi decenni del 1500, su un precedente impianto romanico, con una bella facciata barocca, in pietra arenaria, con coronamento ad arco ribassato e un interessante oculo centrale reniforme a due oculi ottagonali ai lati. Il primitivo edificio era a navata unica, con una copertura a due falde e campaniletto a vela, ancor oggi evidente, sul prospetto in corrispondenza del portone centrale. A imitazione del campanile della cattedrale di Oristano, sorse la torre campanaria ottagonale con cupola a corona imperiale, rivestita da maioliche smaltate multicolori. L’interno colpisce e affascina per il clima mistico che si sviluppa nel chiaroscuro della luce; un bellissimo crocefisso del ‘500, due acquasantiere del ‘600, e un bellissimo coro ligneo con decorazioni che si sviluppa su otto stalli con una sede presidenziale munita di baldacchino. Tante statue e interessantissimi vasi sacri e argenti per la liturgia, alcuni assolutamente pregevoli e rari. Uno scrigno di arte, tradizioni ma anche di fede visto l’attaccamento dei riolesi alle feste tradizionali, a cui sono legatissimi come in occasione della grande festa di sant’Anna. Nel territorio riolese c’è anche un curioso e suggestivo edificio chiesastico, (per gli studiosi la primitiva parrocchia): si tratta delle rovine di Santa Corona. Della chiesa si conservano solo alcune parti. La navata centrale è completamente crollata, si conservano solo il lato sinistro, e la parete di fondo. Non si conosce la data d’edificazione della chiesa, ma un documento archivistico medievale riporta la nota che già nella seconda metà del XII secolo esisteva, ed era anche molto importante. La chiesa dipendeva dal Priorato di Santa Maria di Bonarcado e pare appartenesse ai Templari: in un’antica donazione pare fosse stato chiamato in qualità di testimone un tale presbitero di Santa Corona, chiamato anche capitano: si tratterebbe di un sacerdote che allo stesso tempo era militare, quindi quasi certamente un templare; la chiesa viene inoltre definita tempio, sempre secondo l’uso templare, e lo stesso nome della chiesa, Santa Corona, potrebbe essere legato ai luoghi della Terra Santa. Già alla metà del XV necessitava d’importanti opere di restauro: tentarono di ristrutturarla (sono visibili ancora alcuni elementi di quel periodo) ma purtroppo subentrò il degrado, tanto da subire il crollo e il definitivo abbandono.

Nurachi: dopo Tharros è la chiesa più antica della diocesi
Sono passati più di 40 anni da quando le Soprintendenze ai Beni Culturali e Archeologici di Cagliari, a Nurachi, fecero un rinvenimento quasi casuale, durante una serie di lavori urgenti di restauro, un battistero paleocristiano e diverse tombe nuragiche e medievali: le autorità diedero l’incarico di dirigere a una squadra di archeologi e funzionari al giovane archeologo Raimondo Zucca. I lavori di quell’intervento, che portò a sensazionali scoperte archeologiche, sono state documentate nel prezioso volume (oggi una rarità) di AA.VV. Nurachi storia di una Ecclesia (coi tipi di Editrice S‘Alvure). L’intervento di scavo e il rigoroso studio scientifico sull’intero impianto chiesastico, al di sotto del pavimento dell’attuale edificio dedicato a San Giovanni, ha riportato alla luce una chiesa molto antica, paleocristiana, con un importantissimo battistero, dopo quelli di Tharros e di Cornus, il più importante della storia bimillenaria della nostra Chiesa Arborense, e tra i più antichi della Sardegna. Chiesa e battistero sono datati al principio del VI secolo d.C. La chiesa è probabilmente da mettere in relazione alle necessità delle popolazioni che abitavano un piccolo centro situato lungo la strada romana che congiungeva Othoca (l’attuale Santa Giusta) a Cornus, inquadrabile come stazione romana e identificabile con il centro Ad Nuragas, citata da antichi documenti come l’Anonimo Ravennate. La piccola aula liturgica (misura appena 11 metri per 4), ha pianta a croce latina e risulta costituita da un’unica navata absidata e da due ambienti di forma quadrata posti ai lati del presbiterio. L’importantissimo Battistero, ben conservato e tutt’ora visibile, poteva essere raggiunto direttamente dal presbiterio, tramite una porta, oppure dall’esterno, percorrendo un corridoio parallelo al lato meridionale della chiesa. Altro ambiente importante, speculare al battistero, è stato identificato come un antichissimo pastophorium, una sorta di sagrestia. Al centro del battistero è stata ritrovata anche la piccola vasca battesimale circolare, con l’interno contornato da quattro lobi disposti a forma di croce, con un gradino per la discesa rituale nelle acque battesimali. La vasca, rivestita di intonaco bianco, era dotata di un canale che consentiva il deflusso dell’acqua in eccesso. Il pavimento del vano era costituito da un semplice piano di calce. Intorno alla chiesa si estendeva una vera necropoli, con sepolture di diverso tipo (tombe a fossa semplice, a cassone litico, sarcofagi e interessanti sepolture dette enchytrismòi in uso dall’epoca preistorica fino a quella tardoantica, solitamente utilizzata per inumare bambini e neonati: i piccoli defunti venivano deposti all’interno di un vaso o un’anfora di terracotta.


