L’industria dei videogiochi ha passato una serie di trasformazioni per stare al passo con i tempi, non solo riguardo l’aspetto tecnologico e narrativo, ma anche per quanto riguarda i modelli economici.
Tra i cambiamenti più controversi e degni di essere approfonditi osserviamo l’introduzione delle microtransazioni. Si tratta di piccoli pagamenti effettuati all’interno di un videogioco, solitamente per ottenere oggetti virtuali o valute da utilizzare nel gioco.
Nate per cellulari e nei titoli free to play (giochi gratuiti) si sono silenziosamente ma inesorabilmente estese anche a giochi a pagamento e tripla A (un gioco ad alto budget di produzione). Le microtransazioni in genere si distinguono in oggetti cosmetici che modificano l’aspetto del personaggio o dell’ambiente, senza influire sul gioco in senso stretto, vantaggi concreti, come per esempio armi più potenti o progressione accelerata del completamento del gioco oppure le più controverse loot box, ovvero casse con premi casuali, acquistabili con valuta reale o virtuale.
Permettono agli sviluppatori di avere un flusso di entrate costante anche dopo il lancio del gioco. Attualmente i costi di sviluppo di un videogioco sono cresciuti esponenzialmente tanto che le microtransazioni rappresentano una fonte di reddito considerevole.
Da notare poi che i titoli free to play sono l’unico modo per guadagnare dal gioco. Per il giocatore le microtransazioni offrono possibilità di personalizzazione e libertà. Gli utenti che lo desiderano possono investire denaro per ampliare l’esperienza di gioco o velocizzare i propri progressi mentre altri possono giocare gratuitamente, con una progressione più lenta. In alcuni casi, la possibilità di acquistare direttamente ciò che si desidera può evitare frustrazioni legate all’ottenimento di alcuni oggetti influenzati dalla fortuna.
Come tutte le cose legate al denaro le microtransazioni destano numerose preoccupazioni sia dal punto di vista etico che economico. La principale riguarda il pay to win (letteralmente pagare per vincere), che spezza l’equilibrio della competizione e ostracizza i giocatori che non vogliono o non possono spendere soldi reali.
Questo genera ambienti meno meritocratici e tende a dividere la community tra giocatori premium e free. Come detto, le loot box sono tra le forme più insidiose di microtransazioni, sono altamente attenzionate dalle autorità per la loro somiglianza al gioco d’azzardo. L’elemento della casualità, unito alla possibilità di acquistare innumerevoli casse con vero denaro, può generare comportamenti compulsivi, ed è preoccupante dato che questi videogiochi sono utilizzati soprattutto dai più giovani.
Studi psicologici indicano che il rilascio intermittente di ricompense (sistema a slot machine) può creare forme di dipendenza comportamentale. Inoltre, molti titoli a prezzo pieno vengono giustamente criticati per la presenza troppo eccessiva di contenuti bloccati dietro un paywall (muro superabile con un pagamento) o per una struttura di gioco creata intenzionalmente per incentivare gli acquisti in gioco.
Questa pratica, nota come design manipolativo, sfrutta frustrazione, ripetitività e lentezza artificiale per spingere i giocatori a pagare. Le critiche, le inchieste giornalistiche, le pressioni legali e le recriminazioni dei consumatori hanno spinto alcuni sviluppatori e piattaforme a modificare le proprie politiche.
In diversi paesi sono stati introdotti sistemi di classificazione che segnalano la presenza di microtransazioni, mentre alcune aziende stanno puntando su modelli più trasparenti. Tuttavia il confine tra monetizzazione legittima e sfruttamento resta sottile e grigio.
La trasparenza sulle probabilità di drop (rilascio delle ricompense) delle loot box, la protezione dei minori e la distinzione tra contenuti estetici e vantaggi competitivi sono e saranno ancora temi caldi. Dai gettoni delle sale giochi per poter fare una partita all’acquisto del costume da bagno per la propria eroina preferita i tempi sono davvero cambiati.
Spendere soldi per i propri hobby non è per forza sbagliato ma come per tutte le cose ci vuole moderazione.
* di Giacomo Orsolino

