Il fenomeno dell’hating online

Share Article

Diffondere l’odio online è diventato una costante non poco preoccupante del panorama digitale odierno. I social media, che nascono per connettere le persone e favorire il dialogo, sono sempre più spesso teatro di attacchi mirati, insulti e campagne diffamatorie.

Questo fenomeno, noto come hating online, coinvolge utenti comuni, personaggi pubblici e influencer, alimentato da troll e haters che operano con diverse motivazioni.

Ma chi sono davvero queste figure e, soprattutto, chi trae vantaggio da questa negatività?

Gli haters sono utenti che esprimono critiche distruttive, insulti o veri e propri attacchi personali nei confronti di individui o gruppi. Spesso agiscono mossi da invidia, frustrazione o desiderio di attenzione. A differenza di una critica costruttiva, il loro obiettivo non è un confronto di idee, ma la denigrazione e la distruzione del prossimo. I troll, invece, si distinguono per un comportamento provocatorio e disturbante. Non sempre animati da odio vero e proprio, il loro scopo principale è generare reazioni, creare caos e scatenare discussioni accese per il loro mero divertimento. Possono prendere di mira singoli individui o intere comunità, sfruttando argomenti sensibili o controversie per innescare conflitti online.

Gli influencer e i content creator, figure ormai divenute centrali nel mondo digitale, sono tra i principali destinatari di questi fenomeni. L’esposizione mediatica li rende bersagli facili per gli haters, che attaccano il loro aspetto fisico, le opinioni espresse o semplicemente il loro successo.

Questo tipo di aggressioni può avere conseguenze psicologiche significative, portando in alcuni casi a depressione, ansia o addirittura all’abbandono delle piattaforme sul web.

Tuttavia, non tutti gli influencer subiscono passivamente questo odio. Alcuni scelgono di sfruttarlo a proprio vantaggio, alimentando controversie per aumentare il proprio engagement (il livello delle interazioni degli utenti con un contenuto digitale, misurato tramite like, commenti, condivisioni, visualizzazioni e altre forme di partecipazione attiva).

Questo perché la negatività genera interazioni, e nel mondo degli algoritmi social, più un contenuto è discusso, più viene diffuso. Questo meccanismo porta alcuni creator a provocare deliberatamente polemiche, attirando così sia critiche che sostegno da parte degli utenti. Il paradosso del fenomeno dell’hating è che non sono solo i troll o gli haters a trarne beneficio, ma anche le stesse piattaforme social. Facebook, X, Instagram e TikTok basano il loro modello di business sull’engagement, dato che più tempo gli utenti trascorrono a commentare e discutere, più pubblicità viene visualizzata, aumentando i guadagni delle aziende che gestiscono queste piattaforme.

Anche alcuni content creator comprendono questo sistema e lo sfruttano consapevolmente. Alcuni influencer costruiscono la loro immagine su atteggiamenti provocatori e dichiarazioni divisive, sapendo che attireranno una quantità elevata di commenti, condivisioni e reazioni, amplificando esponenzialmente la loro visibilità. L’odio online è un fenomeno complesso che non può essere liquidato come semplice frutto dell’anonimato o della cattiveria umana.

Esso è alimentato da dinamiche economiche e sociali che premiano le interazioni, indipendentemente dal loro contenuto, viziati anche dal fatto, volenti o nolenti, che i social media nutrono in maniera consistente l’invidia sociale. Contrastare questo fenomeno richiede un’educazione digitale più solida, strumenti di moderazione più efficaci e una consapevolezza collettiva sull’impatto che le nostre azioni online possono avere sulla vita degli altri.

Fino a quando l’odio continuerà a generare profitto, però, sarà oggettivamente impossibile frenare queste dinamiche. Come individui però possiamo riflettere su alcuni punti.

Ha senso investire il nostro tempo e le nostre energie in attività che ci rendono infelici e ci fanno infuriare?

* di Giacomo Orsolino

You might also like

#Mindey

@mindey